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Specchio Infranto di Salvatore Tasca

 

 

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Specchio infranto

Articolo introduttivo alla libera traduzione in versi liberi

del Cantico dei Cantici di Salvatore Tasca

(Immagini di Cinzia Burgio)

Frutto proibito del sensualismo ebraico, il Cantico dei Cantici affonda radici, lontane e possenti, fra storie e regioni davvero distanti, alle volte, dalle dolenti nenie e dalle bibliche monotonie cui volentieri, persino a torto, vorremmo attribuirlo; né si distacca troppo, sotto quest’aspetto, dagli altri testi veterotestamentari - veri o presunti, canonici o meno, - tutti velatamente intrisi d’una cultura che, pur discernendo da caso a caso, emana barbagli comunque distinti dall’asfissiante biancore di un implacabile monoteismo.

 E se il ''corpus'' letterario (e leggendario) che ci perviene da una civiltà perduta è, quasi se non sempre, ''specchio fedele'' di quella particolare cultura (fatte le debite tare), questo non vale affatto per il Cantico e vale soltanto in parte per la Bibbia in genere (ove s’eccettuino rotoli storico-annalistici, quali Numeri, Giudici e Re, o liturgico-sacerdotali, quali Levitico e un certo numero di Salmi).                                                      

E questo è tanto vero che l’intero racconto biblico può riguardarsi come antropologicamente valido solo laddove si tenga bene a mente che non dinnanzi ad uno specchio vero, a uno specchio solo, ci troviamo, bensì di fronte a un collage di schegge diseguali, vetri residui di specchi frantumati, notevoli riflessi di culture (non-bibliche e politeiste) a volte lontanissime nel tempo.

 Storie collazionate, vieppiù scheggiate e riaccostate infine, nel cuore del tessuto biblico, secondo gli interessi politico-religiosi contingenti dell’antico teismo ebraico (elohista o jahwista, in conto alla moda del momento), quando non per le smanie dell’Unto di turno al potere, come accadde, - per dire, - allorché una riforma alquanto ''centralista'' voluta dal re (Yosiah, sul trono dal 639 a.C.  al 609 a.C.) e dai vertici del Tempio di Gerusalemme, ebbe all’istante la strada spianata (nel 622 a.C.) dal ''ritrovamento'' - quantomai tempestivo - dei preziosi rotoli del Deuteronomio che, sepolti nelle segrete del Tempio, avevano per secoli dormito il sonno del giusto senza che alcuno ne sentisse la mancanza, ma che calzavano a pennello ai disegni del re (e dell’alto clero) e all’impianto aberrante della nuova riforma: riforma che, essendo problematico discutere le Leggi di Mosè (figurarsi quelle di Dio!), tutti si affrettarono a ingoiare senza emettere un fiato.

 D’un simile bricolage mitologico-culturale (che infesta, peraltro, l’intera Bibbia), il Cantico dei Cantici è l’esempio più nitido, il più evidente: ''specchio'', ma già rotto ''alla nascita'', intessuto da schegge di realtà eterogenee (tutte a sicuro sfondo ierogamico), frammenti raccattati e riattaccati in tasselli lucenti, mescolando in un mosaico abborracciato, languido e stralunato, liquido come un sogno, canti e danze iridescenti di rituali ben distanti da quelle gazze ignoranti che ne colsero i frammenti: scheggiature luccicanti di ampi specchi preesistenti, fabbricati e lucidati, per i loro ''osceni'' riti, da uomini e da donne (per la Bibbia, miscredenti) che, in quei giri di danza, celebravano la vita.

 L’Antico Testamento è tutto traboccante di miti rapinati a folle disparate (dal Caucaso all’Arabia, dal Gange all’Anatolia) e a volte sconosciute, che (a fini ben diversi, con tutt’altri valori e tutt’altre morali) li hanno elaborati negli ambiti rituali di un ''empio'' politeismo.

 È proprio quanto accade -giusto per dir d’alcuni, - per il mito dell’Eden, per Abele e Caino, per il Diluvio, per l’infanzia travagliata di Mosè o  - più in dettaglio, - per il giovane Giuseppe, in schiavitù in Egitto, concupito dalla moglie del padrone Putifarre (invaghitasi e respinta) che, temendo una denuncia dal ragazzo, arriva a calunniarlo accusandolo per prima (ma la donna è sbugiardata e il padrone può premiare il fedele servitore e punire duramente quella ''femmina lasciva'').

 Si va da plagi veri e propri (è il caso di Mosè, di Giuseppe, del Diluvio Universale) a chiari ''riattamenti'' che mirano a svilire e calunniare figure che altre fedi pongono in buona luce.

 L’incongruo aggiogamento di tanti miti estranei al carro monoteista ha sempre dato luogo - e ciò sin dal principio - a abbagli colossali, offrendo ampi riscontri ''pilotati'' (alquanto lambiccati), talora più umorali che morali, a deliranti rese dottrinali, inacidito miele di interpretazioni singolarmente fuorvianti.

 Ne danno una misura ''lezioni'' scombinate e a tratti deprimenti che, in ambito chiesastico, rovinano sul Cantico.

 L’esegesi rabbinica, che sbatte in corpo alla bella Sulamite l’intero compound d’Israele - e dove il ''re-pastore'' è Jah, - rilegge gli amplessi roventi quali ''dolci'' (e simbolici) ''rinnovamenti'' d’un Patto siglato in antico fra il Popolo e Dio.

 L’esegesi cattolica, invece, stimato che la bella Sposa si porti in seno tutta Santa Romana Chiesa, in quelle sensuali carezze ravvisa - con inclita astuzia - simbolici segni dei ''molto amorosi rapporti'' che legano Domineddio al Santo Padre e a Madre Chiesa.

 Da simili ''abbiocchi mentali'' (al limite della catalessi narcolettica) riscuote i fedeli basiti il solo Lutero (cui altri s’accodano in corsa) il quale, portando il poema in Germania, rinviene, nei biblici passi, poetici inni all’amore ''carnale'' fra sessi (scrivendo, fra l’altro: ''Chi non ama le donne, i canti e il vino, rimarrà sempre un fesso che non sa cos’è la vita'') da praticarsi, però, solo (del che, il Sacro Testo, proprio non favella) all’interno di un qualche vincolo matrimoniale ''benedetto dal Signore'' (con la voce del Pastore) e a fini precipuamente - benché non solamente - procreativi.

 Non è molto, alla fine, ma, ''un colpo al cerchio e uno alla botte'', Lutero mostrava un tragitto davvero importante: il solo a tutt’oggi concesso (benché solamente ai Protestanti). Un timido slancio che ambiva a esortare i devoti fedeli a sfuggire ad un sonno davvero profondo (ai limiti quasi del coma) e guadagnarsi il torpore di un sonno più lieve, un sogno ''timorato'' e campagnolo, mollandoli peraltro in mezzo al guado, fra le ombre d’un confuso dormiveglia.

 Salvatore Tasca

 

Libera traduzione in versi liberi del Cantico dei Cantici di Salvatore Tasca - Il Cantico dei Cantici in traduzione "multimediale": nel moderno italiano (in poesia figurata) e in un "gioco di specchi" (con stupendi acquerelli).

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