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Specchio Infranto di Salvatore Tasca |
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Specchio infranto Articolo introduttivo alla libera traduzione in versi liberi del Cantico dei Cantici di Salvatore Tasca (Immagini di Cinzia Burgio) Frutto
proibito del sensualismo ebraico, il Cantico dei Cantici affonda radici, lontane
e possenti, fra storie e regioni davvero distanti, alle volte, dalle dolenti
nenie e dalle bibliche monotonie cui volentieri, persino a torto, vorremmo attribuirlo;
né si distacca troppo, sotto quest’aspetto, dagli altri testi veterotestamentari
- veri o presunti, canonici o meno, - tutti velatamente intrisi d’una cultura
che, pur discernendo da caso a caso, emana barbagli comunque distinti dall’asfissiante
biancore di un implacabile monoteismo. E se il ''corpus'' letterario (e leggendario) che ci perviene da una civiltà perduta è, quasi se non sempre, ''specchio fedele'' di quella particolare cultura (fatte le debite tare), questo non vale affatto per il Cantico e vale soltanto in parte per la Bibbia in genere (ove s’eccettuino rotoli storico-annalistici, quali Numeri, Giudici e Re, o liturgico-sacerdotali, quali Levitico e un certo numero di Salmi). E questo è tanto vero che l’intero racconto biblico può riguardarsi come antropologicamente valido solo laddove si tenga bene a mente che non dinnanzi ad uno specchio vero, a uno specchio solo, ci troviamo, bensì di fronte a un collage di schegge diseguali, vetri residui di specchi frantumati, notevoli riflessi di culture (non-bibliche e politeiste) a volte lontanissime nel tempo.
L’Antico Testamento è tutto traboccante di miti rapinati a folle disparate (dal Caucaso all’Arabia, dal Gange all’Anatolia) e a volte sconosciute, che (a fini ben diversi, con tutt’altri valori e tutt’altre morali) li hanno elaborati negli ambiti rituali di un ''empio'' politeismo. È proprio quanto accade -giusto per dir d’alcuni, - per il mito dell’Eden, per Abele e Caino, per il Diluvio, per l’infanzia travagliata di Mosè o - più in dettaglio, - per il giovane Giuseppe, in schiavitù in Egitto, concupito dalla moglie del padrone Putifarre (invaghitasi e respinta) che, temendo una denuncia dal ragazzo, arriva a calunniarlo accusandolo per prima (ma la donna è sbugiardata e il padrone può premiare il fedele servitore e punire duramente quella ''femmina lasciva''). Si va da plagi veri e propri (è il caso di Mosè, di Giuseppe, del Diluvio Universale) a chiari ''riattamenti'' che mirano a svilire e calunniare figure che altre fedi pongono in buona luce. L’incongruo aggiogamento di tanti miti estranei al carro monoteista ha sempre dato luogo - e ciò sin dal principio - a abbagli colossali, offrendo ampi riscontri ''pilotati'' (alquanto lambiccati), talora più umorali che morali, a deliranti rese dottrinali, inacidito miele di interpretazioni singolarmente fuorvianti. Ne
danno una misura ''lezioni'' scombinate e a tratti deprimenti che, in ambito
chiesastico, rovinano sul Cantico. L’esegesi rabbinica, che sbatte in corpo alla bella Sulamite l’intero compound d’Israele - e dove il ''re-pastore'' è Jah, - rilegge gli amplessi roventi quali ''dolci'' (e simbolici) ''rinnovamenti'' d’un Patto siglato in antico fra il Popolo e Dio. L’esegesi cattolica, invece, stimato che la bella Sposa si porti in seno tutta Santa Romana Chiesa, in quelle sensuali carezze ravvisa - con inclita astuzia - simbolici segni dei ''molto amorosi rapporti'' che legano Domineddio al Santo Padre e a Madre Chiesa.
Non è molto, alla fine, ma, ''un colpo al cerchio e uno alla botte'', Lutero mostrava un tragitto davvero importante: il solo a tutt’oggi concesso (benché solamente ai Protestanti). Un timido slancio che ambiva a esortare i devoti fedeli a sfuggire ad un sonno davvero profondo (ai limiti quasi del coma) e guadagnarsi il torpore di un sonno più lieve, un sogno ''timorato'' e campagnolo, mollandoli peraltro in mezzo al guado, fra le ombre d’un confuso dormiveglia. Salvatore Tasca
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